Vicende costruttive

Quando nel 1267 cominciarono la loro fabbrica, gli Eremitani non avevano ancora acquistato l’area fabbricabile su cui più tardi estesero progressivamente la pianta di S. Giacomo giungendo fin quasi a ridosso della preesistente chiesa parrocchiale di S. Cecilia. Cominciarono perciò dalla facciata, a cui tuttavia diedero uno sviluppo tale da tradire subito l’ambizione del loro disegno. Solo lentamente riuscirono ad acquistare tutta l’area e a portare avanti l’edificio.

Esso si sviluppò con un’unica navata a pianta quadrangolare terminante con una cappella di testata ad abside poligonale, fiancheggiata da due cappelle quadrate, tutte e tre coperte a volta. La navata invece era coperta a tetto spiovente con capriate a vista. L’impostazione era romanica, ispirata alla semplicità e alla povertà degli Ordini mendicanti, ma con una concezione dello spazio interno più vasta e soprattutto con una spinta decisamente ascensionale. D’altronde sul disegno romanico furono quasi subito accolte modifiche di ispirazione gotica, quali le finestre ogivali e le arche funerarie, eseguite nell’ultimo decennio del 1200.

Questo primo impianto della chiesa aveva molte analogie con quella degli Eremitani di Padova, cominciata solo tre anni prima e “non è azzardato ritenere che, sia nella concezione architettonica, sia nello svolgimento dei lavori, gli Eremitani di Bologna si valessero dell’esperienza e del consiglio dei loro confratelli padovani; nè si può escludere che una stessa mente ed una stessa direttiva abbia presieduto, agli inizi, alla costruzione delle due chiese” (Fanti).

Si dà ormai per dimostrato che la costruzione del complesso absidale vada posta tra il 1331 e poco dopo il 1343. Si cominciò con l’ampliamento e l’innalzamento della cappella maggiore che prese l’aspetto di una tribuna di pianta poligonale, con pilastri pure poligonali e un grazioso coronamento a cuspidi e pinnacoli, oggi penosamente soffocati da una brutta tettoia. Vennero rialzate anche le due cappelle laterali e sopra quella di destra si cominciò a costruire la prima parte del campanile (1336). Poco appresso, attorno alla tribuna, sullo sviluppo delle due cappelle laterali, venne costruito un deambulatorio e, affacciate su di esso, la serie delle cappelle disposte a raggiera.

Nella seconda metà del Quattrocento la foga innovatrice della Signoria e l’affermarsi della cultura figurativa rinascimentale determinò in S. Giacomo un susseguirsi di interventi che, specie nell’interno, le fecero cambiare completamente fisionomia.

Nel decennio 1460-1470 i Bentivoglio costruirono la loro cappella gentilizia che, comportando l’innalzamento e l’ampliamento di una delle cappelle della raggiera absidale, ne sconvolse la planimetria, richiese un raccordo nelle strutture di sostegno e delle volte del deambulatorio ed eliminò la già scarsa luce tra l’abside di S. Giacomo e la chiesa di S. Cecilia.

Nel 1471 il campanile che, addossato com’era alla tribuna, risultava basso e tozzo, “fu innalzato dalle seconde finestre andando in su” (Ghirardacci).

Tra il 1477 e il 1481 fu costruito il portico che, pur nel suo esagerato sviluppo in lunghezza rispetto alla larghezza e all’altezza, risolve i problemi delle proporzioni e della luce in modo tale da costituire una delle massime opere del rinascimento bolognese. Il suo livello costante su una via che degrada, oltre alla copertura della parte inferiore delle arche e del portale di S. Cecilia, determinò un dislivello col pavimento di questa chiesetta, sicché, tra il 1481 e il 1483, questo fu rialzato e, in tale occasione, tolta la copertura a capanna, ne fu rifatta una a volta ad opera di Gaspare Nadi.

Ma i cambiamenti più radicali si ebbero nell’interno di S. Giacomo tra il 1483 e il 1498. A parte l’eliminazione di un pontile, di cui non si hanno notizie più precise, fu tolta la copertura a capriate e “la lunga navata fu divisa trasversalmente in quattro spazi quadrati, di cui i primi tre furono inquadrati da otto robusti pilastri addossati alle pareti e collegati da archi trasversali e longitudinali su cui si impostarono tre volte a vela; il quarto, ridotto alla stessa larghezza degli altri da due archi longitudinali impostati tra i due ultimi pilastri e la fronte del coro, venne coperto da una cupola… La struttura ad archi e pilastri rispondeva perfettamente all’esigenza tutta rinascimentale di misurare, scandire l’unico grande spazio della navata primitiva… e il presbiterio (fu) quasi un ideale transetto per l’improvviso allargarsi in esso della luce proveniente dalla cupola, certo in origine più alta e luminosa di quella attuale” (Aprato).

Gli spazi tra i pilastri vennero a loro volta spartiti in raggruppamenti di tre cappelle divise da lesene e sormontate da archivolti coronati da una trabeazione a balaustra. “Le raggruppate cappelle appaiono chiaramente subordinate ai grandi pilastri che, assumendosi da soli il compito di sostenere la copertura, le superano di slancio con la loro altezza che è quella di un maestoso ordine gigante. Il sistema che ne deriva, talvolta definito intersezione degli ordini, si diffonderà poi largamente a partire dai primi del Cinquecento” (Aprato).

Assai meno felici sono da considerarsi gli interventi del periodo barocco. Nel 1562, colpita da un fulmine, crollò la cupola maggiore. Fu ricostruita da Antonio Morandi all’insegna della fretta e dell’economia. Nel 1665 la chiesa venne intonacata e imbiancata secondo i nuovi gusti. Nel 1686 nel coro furono costruite due finte volte a vela e una gran conchiglia di stucco che incorporò e nascose le originali nervature gotiche e le monofore ogivali. Nella prima metà del secolo XVIII la balaustra che corona le cappelle fu decorata da una serie di vasi e di statue di stucco “con effetto di pretta intenzione scenografica” (Matteucci). Furono chiuse le monofore ogivali e furono aperti i grandi finestroni rettangolari che, con la loro luce violenta e discontinua, squilibrarono completamente l’illuminazione uniforme e serena che era pur restata dopo le modifiche rinascimentali.

Gli interventi posteriori sono stati determinati unicamente o dalla necessità di consolidare le parti fatiscenti oppure dal desiderio di reintegrare, quando è stato possibile, le strutture medioevali o rinascimentali.