Visita virtuale alla Chiesa di S. Giacomo

 

Esterni

Da Piazza Verdi

Salvo la facciata del Teatro Comunale, la piazza conserva tutto il suo assetto quattrocentesco. Sul lato ovest si affacciano maestosi i vari elementi del complesso di S. Giacomo che degradano sugli unici avanzi delle mura merlate del Mille. A queste si addossa il campaniletto e la chiesetta di S. Cecilia e, sulla destra, la testata del portico bentivolesco. Dietro S. Cecilia la copertura a ombrello della cappella Bentivoglio, che fa parte della raggiera absidale. Poi, più in alto, le cuspidi e i pinnacoli della tribuna, su cui è addossato, a sinistra, lo snello campanile a campate sovrapposte con finestre abbinate, terminante con quattro lesene corinzie che incorniciano i grandi finestroni della cella e sul cui guscio poggia un semplice coronamento ad architrave. Il concerto in mi minore delle campane di S. Giacomo è considerato tra i più belli di Bologna, di perfetta intonazione anche negli armonici, e percorso da una delicata vena di malinconia. Sopra la tribuna si intravede anche la testata a capanna dell’antica fabbrica, con l’incorniciatura ad archetti trilobati che corona tutto il perimetro della chiesa. Più in alto ancora la cupola rinascimentale nel rifacimento sommario di Antonio Morandi detto il Terribilia.

Dall’interno di Via Zamboni, 15

Il primo portichetto è del Quattrocento, il secondo del Cinquecento. Nel primo si affacciano i muri cuspidati esterni delle cappelle radiali, ciascuno con due monofore ad ogiva sormontate da un occhio, con varie ed eleganti modanature in cotto, in parte rifatte. Originale è la ghiera nell’occhio della cappella centrale, sopra il terrazzino, in cui, tra fasce di ornati, sono le parole dell’Ave Maria in bellissimi caratteri gotici.

Lungo Via Zamboni

Si presentano, dai diversi punti di osservazione, imponenti scorci. In basso scorre il portico. Sono trentasei colonne corinzie, con capitello e pulvino alla toscana. La trabeazione, tangente il sommo degli archi, porta un bel fregio con figurazione costante, ripetuto nel cortile del palazzo Sanuti-Bevilacqua, al n. 31 di via D’Azeglio. Il portico viene comunemente attribuito a Tommaso Filippi. Sotto, in un’edicola a sesto acuto, la Resurrezione di Cristo di Giovanni Ottonello (fine del ‘300); poi l’antica porta di S. Cecilia con ricca decorazione in cotto, e più avanti la serie delle arche sepolcrali duecentesche a sesto acuto, alcune delle quali conservano tracce di affreschi, mentre i più importanti si conservano staccati in chiesa. Sopra il portico si susseguono i quattro occhi rinascimentali di S. Cecilia, ora accecati, poi la cupola della cappella Bentivoglio e la parte absidale (bello scorcio anche da via Marsala). Infine i muri perimetrali romanici scanditi da lesene, in cui sono visibili le finestre ogivali accecate. Sopra il coronamento si scorgono i tre grandi arconi che sostengono le volte a vela (bella vista anche dal cortile del Conservatorio).

Da Via Benedetto XIV

Un bello scorcio della prima cupola rinascimentale con la graziosa copertura ad embrici, disposti a squame, di ispirazione orientaleggiante.

Da Piazza Rossini. La facciata

È la parte più antica di S. Giacomo, col disegno tradizionale a due spioventi, ma con proporzioni slanciate che mostrano di aver già superato gli schemi tardo-romanici. Essa è tagliata longitudinalmente dalle due lesene semicircolari ed accoglie sobrii elementi decorativi. In alto è incorniciata dal solito motivo degli archetti trilobati, ma qui ravvivato dalla policromia delle scodelle in maiolica. Gli ornati in pietra d’Istria sulle finestre ogivali, di gusto veneziano, furono eseguiti da maestri lombardi nel 1295, e non molto posteriore è l’edicola in alto con la statua del Redentore. Si presume che anche l’occhio centrale sia stato un tempo ornato dal rosone. In origine la facciata scendeva a terra senza aggetti e aveva un portale con protiro impostato sui due leoni stilofori con la faccia rivolta all’esterno. Ma già sullo scorcio del ‘200 furono aggiunte le quattro celle sepolcrali archiacute, ornate di affreschi, contemporanee a quelle sotto il portico, e che forse furono concepite e usate come cappelle esterne. Nel secolo XVI il protiro fu modificato secondo l’assetto attuale. Nella lunetta del portale, affresco molto deteriorato, con S. Giacomo apostolo, di Ludovico pittore ( 1524) . Sulla sinistra, la testata del portico, sormontata da una specie di trittico con affreschi della Vergine, S. Agostino e S. Giacomo. Sulla destra, l’entrata dell’antico convento, ora Conservatorio “G. B. Martini”, e la tomba cinquecentesca di Annibale Coltelli.

 

Interni

Si presenta arioso e imponente nel suo assetto prevalentemente rinascimentale, in cui le pur molteplici sovrastrutture barocche (decorazione interna delle cappelle, statue di stucco sopra il ballatoio e le altre modanature, e persino la luce che irrompe violenta e discontinua) non assumono mai il ruolo o la pretesa di tema dominante. Dal sommo dei pilastri si gonfiano le volte come grandi vele, con al centro gli affreschi di S. Nicola da Tolentino, S. Agostino e S. Giacomo Maggiore, eseguiti nel 1495 dalla bottega del Francia e del Costa, che fu attivissima in quel tempo attorno alla Signoria dei Bentivoglio e che operò nella decorazione di S. Giacomo assai più di quanto resta visibile. La cupola, che si innalza sull’Altare maggiore, è nel rifacimento del Terribilia. Essa ha avuto una esistenza travagliata a causa di alcuni crolli ed era certamente più luminosa fino a quando, per renderla più stabile, sono stati accecati gli oculi. Gli ultimi lavori di consolidamento ne hanno portato alla luce le decorazioni seicentesche e sulla parte destra dell’arco trionfale é stato rinvenuto un affresco della prima metà del ‘600 che rappresenta la Madonna a misura naturale. Questo fa supporre che nella parte opposta vi possa essere sotto l’intonaco un angelo nunziante. Sui frontali delle cappelle affiorano, molto devastate, le decorazioni originali e gli oculi sui pennacchi, che purtroppo, nella intonacatura del 1665, furono privati delle loro modanature in cotto con dorature e chiusi sul filo della parete.

1a Cappella

Apparteneva alla Compagnia della Consolazione, detta anche “dei Centurati“. Entro una bella ancona di legno dorato, eseguita ai primi del ‘700 da Antonio Dardani, è incastonata la delicata immagine della Madonna della Cintura con il Bambino, dipinta su tavola. È copia dell’immagine che fa parte dell’affresco della scuola del Francia coperto dall’ancona stessa. Ai lati dell’ancona sono appena visibili i lembi estremi del grande affresco. La decorazione pittorica della cappella è attribuita all’Orlandi. Una porta, ancora visibile, comunicava col chiostro del convento.

2a Cappella

Di proprietà fin dal 1515 di Annibale Coltelli, la cui sepoltura è sull’esterno della chiesa. Il quadro con S. Agostino e S. Monica è di Antonio Rossi (1700-1753). L’ornato è di Onofrio Zanotti (sec. XIX).

3a Cappella

Già dedicata a S. Francesco d’Assisi, nel 1734 passò sotto il patronato dei Malvezzi che la dedicarono a S. Rita. Attualmente è dedicata a S. Giovanni da Sahagun (1430 ca.-1479), agostiniano. La pala rappresenta Cristo che appare a questo santo ed è una delle migliori opere del carraccesco Giacomo Cavedoni, eseguita nel 1620. Nel riquadro superiore è l’evangelista S. Luca. Di più antica ispirazione sono gli scomparti della predella, dell’agostiniano Prospero Ghelli. Gli ornati e le figure di S. Onofrio e del beato Piriteo Malvezzi sono di Giovan-
ni Battista Albertoni (1702-1784).

4a Cappella

Di diversi pa-tronati, tra i quali i Cartari nel 1573 e i Brogli nel 1704. La Conversione di S. Paolo è una delle migliori opere di Ercole Procaccini, eseguita nel 1573. Attorno al 1704 furono eseguite da Giuseppe Mazza le due statue, piuttosto accademizzanti, di S. Francesco di Paola e di S. Antonio da Padova, come an-che le due figure in monocromo di Giuseppe Gamberini e i puttini sulla volta di Giulio Mazzoni.

Sul pilastro memoria di Isotta Manzoli Bentivoglio, morta nel 1622, con bel ritratto in marmo policromo della defunta.

5a Cappella

Di patronato Pepoli, è attualmente cappella votiva di S. Rita (1380ca.-1456), la taumaturga di Cascia, agostiniana, particolarmente venerata in S. Giacomo. In una inquadratura di ricchi marmi, su disegno di Bruno Boari, la pala rappresenta Cristo che appare a S. Rita coi santi Francesco e Piriteo Malvezzi, eseguita nel 1734 dal senese Galgano Perpignani. Gli ornati sono di G. B. Graziani (prima metà del ‘700).

6a Cappella

Dedicata a S. Stefano e a S. Antonio abate, dal 1564 fu di proprietà di Giulia Brigola e nel 1673 passò alla Compagnia dei Gargiolari (arte della canapa). In un’elegante cornice di imitazione formiginesca è la bellissima pala con la Madonna e i santi Agostino, Stefano, Giovanni Battista, Antonio abate e Nicolò, con i committenti coniugi Brigola. Fu dipinta nel 1565 da Bartolomeo Passarotti con richiami correggeschi, ma con una condotta pittorica ricchissima e del tutto personale. La cappella è inquadrata dalle stupende prospettive a fresco e dagli altri ornati laterali eseguiti per conto dei Gargiolari nel 1673 da Angelo Michele Colonna in collaborazione con Giacomo Alboresi; le pareti paiono dilatarsi in una prospettiva illusionistica, ravvivata dalle statue poggiate su una ripida scalinata. Da notare anche il bel paliotto policromo in scagliola, eseguito nel 1674 alla maniera in uso nel Carpigiano. Ce ne sono ancora, e assai belli, in diverse altre cappelle di S. Giacomo.

7a Cappella

Di proprietà della famiglia Orsi, alla morte di Alessio Orsi (1576) fu dipinta da Prospero Fontana, che già aveva operato nella 12a cappella, la pala che rappresenta L’elemosina di S. Alessio, come anche gli affreschi della volta col coro degli angeli e due storie del santo. Sopra l’altare, che nasconde pregevoli affreschi trecenteschi, è l’urna con le spoglie del beato Simone da Todi, agostiniano, morto in S. Giacomo nel 1322, che è rappresentato nella parete sinistra ad opera di Pietro Fancelli (1833).

8a Cappella

In un’elegante cornice in legno dorato, opera di Andrea Marchesi da Formigine, sono due squisite tavole di Innocenzo Francucci da Imola: quella grande, firmata e datata 1536, rappresenta lo Sposalizio mistico di S. Caterina e i santi Giuseppe, Giovanni Battista, Giovanni Evangelista e Maddalena; più contenuto nella composizione e nei colori è il piccolo Presepe incastonato nel peduccio della predella. Anche gli affreschi laterali sono di Innocenzo, eseguiti in un periodo più giovanile, forse nel 1514, quando la cappella fu assegnata ai coniugi Malavolta-Scardovi. Sulla parete sinistra è la tomba del giureconsulto Giovan Battista Malavolta, eseguita nel 1533 da Alfonso Lombardi.

9a Cappella

L’assetto attuale è del 1574, quando la cappella fu concessa al senatore Ludovico Bianchetti. Sia la progettazione architettonica che i dipinti sono di Tommaso Laureti. La pala, con i gloriosi funerali di S. Agostino, presenta i colori purtroppo oscuriti per l’abbondante uso di bitumi per speciali effetti di risalto bronzeo. Assai belli anche i dottori della volta. Le due statue (S. Gregorio papa e S. Ludovico re), di livello artigianale, sono appesantite dal denso strato di vernice dato a tutta la cappella nel sec. XVII.

10a Cappella

Anticamente erano situati in questa cappella l’organo e una porta che immetteva nel chiostro attiguo. Furono tolti nel 1602 e la cappella fu assegnata a Bartolomeo Dondini, che la fece ornare. Più tardi passò ai Formagliari e poi ai Guidalotti. Il S. Rocco è opera assai pregevole della piena maturità di Ludovico Carracci. La decorazione della volta e delle pareti, coi santi Francesco e Giovanni Battista, è opera giovanile di Francesco Brizio che operava secondo il gusto e le direttive dei Carracci.

11a Cappella

Dedicata a S. Michele Arcangelo, nel 1562 fu assegnata ai Malvasia che la fecero ornare con stucchi e dipinti, su probabile disegno di Lorenzo Sabbatini. A lui di certo, prima che si recasse a Roma nel 1570 per i lavori in Vaticano, si debbono gli affreschi delle pareti (i quattro dottori latini) e quelli, assai ritoccati, della cupoletta (i quattro Evangelisti). Di maggiore interesse è la pala centrale: di mano del Sabbatini è tutta la parte destra (la Madonna con il Bambino e S. Giovannino); la parte sinistra invece, con S. Michele e il diavolo, sempre su disegno del Sabbatini, è realizzata, con maggiore sottigliezza descrittiva, dal suo discepolo Denys Calvaert di Anversa, che poi seguì e aiutò il Sabbatini nei suoi lavori di Roma.

12a Cappella

Per la sua coerenza stilistica, frutto di un’unica mente creativa, è una delle più interessanti cappelle di S. Giacomo. Dedicata a S. Giovanni Battista, fu fatta costruire dal Card. Poggi per la sua sepoltura. Giovanni Poggi, perduta la moglie, aveva abbracciato la carriera ecclesiastica; Nunzio Apostolico in Spagna presso Carlo V nel 1551 fu eletto cardinale; morì nel 1556 e fu sepolto in questa cappella, che aveva curato negli ultimi anni insieme alla costruzione del suo palazzo, ora sede dell’Università. I lavori furono affidati a Pellegrino Tibaldi (1527-1597) che, per quanto ancor giovane, si era già distinto come pittore a Bologna, Roma e Loreto. Egli lavorò nella cappella tra il 1552 e il 1555, ma anche i lavori di completamento, che si protrassero fino al 1561 ad opera di Prospero Fontana, furono sempre sotto la sua direzione. Artista estroso e complesso, il Tibaldi affronta qui per la prima volta il ruolo di architetto e realizza, nell’ordine dorico, una costruzione di notevole slancio verticale in cui i singoli elementi, più che una funzione strutturale, sembrano indipendenti fra di loro, col compito di incorniciare le grandi arcate e gli affreschi. I dipinti appartengono al periodo più felice del Tibaldi pittore e paiono inseriti nella cappella quasi a continuarne illusoriamente gli spazi. L’affresco di destra rappresenta la Concezione del Battista; quello di sinistra Giovanni che battezza le folle: gli argomenti sono esposti con una narrazione originalissima e antitradizionale, ricca di un folto campionario di figure curiose. Sulla volta, avvivata da festosi stucchi, disegnati ma non eseguiti dal Tibaldi, oltre ai quattro Evangelisti negli ottagoni, sono rappresentati negli ovali: l) Natività del Battista, 2) La danza di Salomè, 3) Decapitazione del Battista, 4) Il suo capo portato al banchetto. L’esecuzione di questi affreschi è dovuta a Prospero Fontana, su cartoni del Tibaldi. Di mano del Tibaldi sono ancora i due ritratti del Card. Poggi nei due piccoli vani di fianco all’altare. Sull’altare, entro una ricca cornice che racchiude molte delle reliquie donate dal Card. Poggi a S. Giacomo nel 1552, è la pala con il Battesimo di Gesù, datata 1561. Abbozzata dal Tibaldi già pressato da altri impegni, fu eseguita da Prospero Fontana nel periodo migliore della sua produzione pittorica.

Organo

La campata del presbiterio è tagliata dalle cantorie e dalle casse d’organo, opere di elegante intaglio, eseguite nel 1667. Nella cantoria di destra è l’organo costruito nel 1776 dai fratelli Benedetti da Desenzano, assai pregevole e interessante per alcune particolarità foniche inconsuete nella zona. Dell’organo di fronte resta solo la facciata, essendo stato purtroppo venduto nel 1899.

Sacrestia e Sala Capitolare

Si entra attraverso un elegante portale che fa da base e incornicia il monumento Fava, della fine del ‘500. La Sacrestia fu costruita nel 1385 da Azzo di Domenico in un gotico semplice e arioso, con volte a crociera e monofore ogivali nelle campate e sul presbiterio (ora sostituite da grandi finestroni). Sotto gli intonaci emergono, grazie ad alcuni sondaggi, affreschi antichi. Nel presbiterio della Sagrestia decorazioni cinquecentesche molto deteriorate. La prospettiva in fondo e quella sull’arco trionfale è opera di Claudio Porroni (1705-69). Le pareti sono interamente occupate da armadi di varie epoche. Grandioso è quello di sinistra, in noce venata, del 1640. Di poco posteriore e della medesima mano è quello di destra, mentre quello del presbiterio è di un secolo prima. Dalla parete di fondo si entra nella sala del Capitolo, antica ma ricostruita sulla metà del sec. XVIII. Vi sono conservati alcuni pregevoli dipinti, prevalentemente paesaggistici. Notevoli inoltre le tempere con le scene del Figliol prodigo, dipinte per il refettorio antico sulla metà del ‘700 dal quadraturista Carlo Lodi e dal figurista Antonio Rossi, che operavano in collaborazione.

13a Cappella

Di proprietà Castagnoli-Zanetti, è incassata tra i due grandi pilastri esterni del campanile. Oggi é occupata da una porta che dà sul cortile della Sagrestia. Sopra la porta, in collocazione provvisoria, fiacca tela di Giovan Battista Bertusio (sec. XVII) con la Trinità e vari santi.

Nella parete di fronte il Crocifisso di Iacopo di Paolo, dipinto anche nel retro (1426), una delle ultime e più mature opere del pittore. Sulla stessa parete, poco più avanti, un frammento di Angelo di cultura ferrarese del ‘400.

14a Cappella

Dedicata ai santi Cosma e Damiano, di patronato Calcina. Sull’altare, Polittico, databile attorno al 1345, una delle opere più belle di Paolo Veneziano. Da sinistra e dall’alto:

l) S. Martino, S. Antonio abate, S. Michele, S. Raffaele, S. Luca, S. Giorgio.

2) S. Agostino, S. Giovanni Ev., S. Pietro, S. Paolo, S. Giacomo, S. Gregorio.

3) S. Domenico, S. Marco, S. Luca. Tre storie di S. Nicola da Tolentino (liberazione di un prigioniero dai banditi, rianimazione delle pernici, Messa per le anime del purgatorio). S. Leonardo, S. Matteo, S. Francesco.

Sulle pareti episodi della vita di S. Maria Egiziaca, affreschi attribuiti a Cristoforo da Bologna, attivo nella seconda metà del ’300.

14a Cappella bis

Di fronte alla 14a Cappella recentemente é stata riportata alla luce la cappella, che era stata murata, di S.Chiara da Montefalco (1268 ca.-1308), agostiniana, di proprietà Cartari-Cavazzoni. La pala d’altare è di Mario Righetti, con Cristo che appare a S. Chiara, del 1625.

15a Cappella

Dedicata alla S. Croce, di proprietà Cari. Sull’altare, polittico di Iacopo di Paolo, notevole opera della maturità del pittore, eseguita attorno al 1420.

In basso, attorno alla Incoronazione della Vergine, i santi Giovanni Battista e Antonio abate a sinistra e Lorenzo e Marco a destra. In alto, attorno alla Crocifissione, l’Angelo nunziante e S. Caterina d’Alessandria a sinistra, la Maddalena e la Vergine Annunziata a destra.

Sulla parete di sinistra il grande Crocifisso di Simone da Bologna, detto dei Crocifissi, firmato e datato 1370. Sulla parte destra della cappella un Crocifisso del XIII sec., staccato dalle arche esterne della chiesa.

16a Cappella

Di proprietà Cantofoli-Diolaiti, dedicata a S. Anna. La pala, con S. Anna che insegna a leggere alla Vergine, con S. Gioacchino ed Angeli, è opera giovanile di Giambattista Grati (1705), mentre i dipinti murali (S. Andrea e Santo e-remita) sono di anonimo che operava nella sfera carraccesca agli inizi del ‘600.

17a Cappella

Di proprietà Monterenzi e poi Malvezzi, era dedicata a S. Lo-renzo. Il Transito di S. Giuseppe è copia di bottega di Giuseppe Maria Crespi (1712 ca.). Gli affreschi a monocromo delle pareti, relativi all’Apparizio-ne della B. Vergine del Buon Consiglio, sono di anonimo quadraturista della prima metà del ‘700. Gli affreschi della volta sono stati molto ritoccati nel 1912. Sotto l’altare il corpo del presunto martire S. Esuperio (= 286).

Di particolare in-teresse archeologico, pur nel loro stato di deperimento, sono gli affreschi staccati dalle celle sepolcrali del portico e qui in collocazione provvisoria. Sono tra i pochissimi e più begli esemplari della pittura tardo-romanica a Bologna (fine del ‘200) in cui, al di là dei moduli di ispirazione bizantina oppure umbro-toscana, cominciano ad affiorare i caratteri specifici di una cultura prettamente locale.

Nella parete di fronte (B) è il sepolcro in terracotta di Nicolò Fava filosofo (= 1439) e di un altro Nicolò Fava medico (= 1483); posto come pendant di quello successivo (C) di Iacopo della Quercia, ne è una fiacca imitazione, appesantito per di più da una inopportuna e pesante verniciatura.

18a Cappella

Dedicata a S. Bartolomeo, era la cappella del SS. Sacramento. È la più bella e unitaria espressione del barocco in S. Giacomo, opera di Giuseppe Mazza che nel 1681, a 28 anni, la riammodernò per conto dei patroni, i Manzoli. Sfruttando gli originali elementi gotici, egli vi modellò attorno con una sensibilità da pittore ricca di pastosità e di morbidezza.

Nel tempietto è la statua di S. Bartolomeo e ai fianchi S. Nicolino Manzoli e S. Giuliana Banci. Alle pareti i due fastosi altorilievi che raccontano quasi teatralmente la decollazione di S. Nicolino e S. Giuliana che riceve la comunione da S. Petronio.

Sulla parete di fronte è il cenotafio di Alessandro Fava, morto a 19 anni nella battaglia di Lepanto, che è vivacemente rappresentata nel piccolo bassorilievo alla base del monumento.

19a Cappella

È la famosa e interessantissima Cappella Bentivoglio. Fin dal 1399 era dedicata a S. Giovanni e S. Andrea apostoli. Acquistata da Annibale Bentivoglio nel 1445 essa fu radicalmente trasformata.

Il progetto di trasformazione fu affidato all’architetto Pagno di Lapo Portigiani da Fiesole che lo realizzò verosimilmente tra il 1463 e il 1468, modificando e ingrandendo la cappella preesistente nel corpo radiale del deambulatorio. È chiara l’ispirazione brunelleschiana, anche se l’autore non si mostra alieno nel secondare le tendenze bolognesi verso un decorativismo “un po’ torvo e fieramente colorato”. In uno spazio relativamente ristretto, notevole è lo sviluppo in altezza che realizza così un composto di natura stilistica spaziosa e neogotica a un tempo. Rompendo il ritmo delle cappelle radiali, la costruzione dovette affrontare dei seri problemi, testimoniati dall’asimmetria delle nervature gotiche antistanti, raccordate per motivi tecnici e statici. La struttura della cappella si sviluppa sul modulo brunelleschiano di una specie di scatola, sormontata da lunette e pennacchi, su cui si innalza un piccolo tamburo con lucernari, in parte accecati, e cupola.

La decorazione pittorica rivela una progettazione fortemente unitaria che fa capo a Lorenzo Costa. Sulle tonalità dominanti del rosso e del blu, colori araldici dei Bentivoglio, egli operò anzitutto la spartizione e ornamentazione degli spazi, anche servendosi di collaboratori, dai pilastri alla sommità della cupola. In quanto al completamento iconografico egli vi attese per un lungo arco della sua vita, lasciandovi testimonianze della crescita di artista, dalle angolosità ferrigne della sua origine ferrarese alle dolcezze più tenere e più tardive di suggestione umbro-bolognese.

Il primo suo quadro è quello sulla parete destra, datato 1488, con la Madonna in trono e la famiglia Bentivoglio (Giovanni, la consorte Ginevra Sforza e i loro figli), quasi ex-voto per la scampata congiura dei Malvezzi. A destra di questo il Costa dipinse gli antenati di Giovanni, ma il quadro fu “guasto” per porvi il monumento di Annibale a cavallo, realizzato nel 1458 da un artista “che risolve con spirito ancor gotico il ricordo di Donatello”. Tale monumento, proveniente da altra collocazione, fu posto qui non prima del 1488. Altro bassorilievo, sovrapposto alla candelabra del Costa sul pilastro di destra, è la bellissima effigie in marmo di Giovanni II che, nonostante la misteriosa scritta Antonius Bal, per affinità stilistiche sembra doversi ascrivere a Francesco Francia.

Ancora del Costa sulla parete sinistra sono i due grandi Trionfi, della Morte e della Fama, datati 1490 e ricchi di citazioni bibliche, mitologiche, storiche e dantesche.

Quello dei lunettoni è un Costa che già accusa una sensibilità meno tagliente per i contatti col Perugino e col Francia. Sua la lunetta centrale con la Visione dell’Apocalisse (ma il Pastore a destra è un infelice completamento di Felice Cignani, 1660-1724), e suoi i tre Apostoli sulla parte destra del lunettone sinistro, insieme ai due mezzi busti sui tondi dei pennacchi. Poi la sua attività in questa cappella si interrompe di botto e i lunettoni furono completati da un anonimo della sua schiera, più fiacco e più convenzionale, ma anche più attento a sollecitazioni culturali che provenivano specialmente dall’Umbria (Perugino, Pinturicchio).

Sul frontale ai lati dell’arco del presbiterio l’Annunciazione è ancora di Felice Cignani, forse intervenuto per coprire qualche sgualcitura operata dal tempo.

Nel presbiterio, entro un’elegante cornice di Andrea Marchesi da Formigine, è la splendida pala di Francesco Raibolini detto il Francia, databile attorno a] 1494, con la Madonna in trono e i santi Giovanni, Sebastiano, Agostino e Floriano. È una delle opere più sublimi del Francia, tutta soffusa di delicata poesia e di malinconia elegante.

I santi ai lati del presbiterio (S. Agostino, S. Francesco, S. Girolamo, S. Giorgio) sono da attribuire a qualcuno dei pittori operanti in S. Cecilia, forse al Tamaroccio. Di altro anonimo della fine del secolo è la Pietà affrescata sulla lunetta del presbiterio.

Lo splendore della cappella, usata spesso da Giovanni II per le solennità di palazzo, si completava nella splendida pavimentazione in piastrelle maiolicate della bottega dei Della Robbia (1489), abrase dal tempo, con scarse tracce ancora visibili specialmente ai lati del presbiterio, recanti ornamenti e stemmi dei Bentivoglio.

Nella parete di fronte alla cappella (C) è la tomba di Anton Galeazzo Bentivoglio, padre di Annibale, opera squisita degli ultimi anni di Iacopo della Quercia, morto a Bologna nel 1438 (solo le statuine di S. Paolo e della Giustizia sono di aiuti, mentre le due eleganti mensole rinascimentali sono da ascriversi a Pagno di Lapo). Innestando sulle tradizioni tombali bolognesi alcuni moduli di origine padovana, Iacopo vi infuse la sua forte impronta più solenne e unitaria. L’iconografia della tomba si adatta sufficientemente, avendo Anton Galeazzo conseguito la laurea in Diritto nel 1414 ed essendo stato Priore del Collegio dei Giuristi.

Sotto l’iscrizione, entro la ghiera che ornava una misteriosa cuspide, è l’affresco di S. Giacomo apostolo di anonimo bolognese del sec. XVI.

20a Cappella

Poco oltre il monumento sepolcrale di Iacopo della Quercia vi è una piccola cappella di proprietà Cartari-Gandolfi. La pala d’altare coi santi Pietro, Paolo e Sigismondo re, é opera mediocre di anonimo della seconda metà del sec. XVI.

21a Cappella

A sinistra della Cappella Bentivoglio é la Cappella dedicata a S. Margherita, di antica proprietà dei Malvezzi-Ranuzzi. Qui vi era un grande affresco, “forse il capolavoro di Iacopino di Francesco, che non la cede in nulla a un Vitale da Bologna” (Arcangeli). Realizzato probabilmente nel decennio 1360-70 vi è potentemente rappresentata la figura lucente di S. Giacomo alla battaglia di Clavijo, che porta alla vittoria i Cristiani contro i Saraceni. L’affresco è attualmente presso la Pinacoteca Nazionale di Bologna in deposito temporaneo. Al suo posto é stato collocato il bel quadro di Lavinia Fontana con Madonna e santi.

22a Cappella

Di proprietà Vaccari e poi Malvezzi, ha una pala di Denys Calvaert con la Vergine e i santi Caterina, Lucia e il beato Riniero, databile attorno al 1598.

23a Cappella

Dedicata a S. Giovanni Battista e di antica proprietà Paleotti, ha una pala di nobile e tenera semplicità, realizzata negli ultimi anni del 1500 da Bartolomeo Cesi, con la Vergine e i santi Francesco e Benedetto. Essa ebbe molto influsso sul giovane Reni e sui pittori dell’epoca.

La parete di fronte a queste due ultime cappelle, le volte e le paraste hanno una decorazione e una figurazione tendente al fantastico e al grandioso, realizzata nei primi anni del 1600 dal cremonese Cesare Baglioni, coadiuvato da Domenico degli Ambrogi (Menghino del Brizio).

24a Cappella (Altare Maggiore)

Fin dal 1574 di proprietà dei Riario, trasferitisi a Bologna dall’originaria Savona. Il loro stemma troneggia al sommo dell’arco trionfale, ivi posto nel 1586 quando restaurarono la cappella e costruirono un bellissimo altare di marmo di cui restano solo due specchi inseriti nei fianchi dell’attuale. Nel 1686 la cappella fu ristrutturata da Francesco Albertoni che, nella parte absidale, nascose l’assetto gotico negli stucchi barocchi, incorporò nella conchiglia le cinque finestre ovali, disegnò la cornice del grande trittico, che fu realizzata e dorata da Paolo Ulmelli. I dipinti del trittico erano stati già fatti nel 1574 da Tommaso Laureti con grandiosità michelangiolesca; vi è rappresentata la Resurrezione di Cristo tra i santi Giacomo e Agostino.

Nelle pareti del coro, a destra Gesù che appare a S. Agostino, del fiammingo Michele Desubleo (1601-1676), concesso dalla Pinacoteca in deposito temporaneo; a sinistra la Visitazione del carraccesco Vincenzo Ansaloni (sec. XVII).

Il coro, terzo in ordine di tempo, fu costruito nel 1669 da Francesco Martini.

L’altare attuale è opera di Silvestro Pozzi (1802), proviene da S. Lorenzo di Grecchia e sostituisce quello dell’Albertoni andato distrutto in un incendio del 1959.

La balaustra è opera di Pellegrino Zavarini (1710).

25a Cappella

Di proprietà Casali-Loiani. La pala col Martirio di S. Caterina d’Alessandria è opera giovanile, ma spigliata e dinamica, di Tiburzio Passarotti, figlio di Bartolomeo, firmata e datata 1577.

26a Cappella

Di proprietà Sassoni-Campana. La pala con La Vergine, S. Nicolò di Bari e le tre giovanette è di Ercole Procaccini (1582) .

Sul pilastro oltre la porta, in una contenuta cornice barocca, è una bella Madonna col Bambino, di una tranquilla dolcezza di impronta dalmasiana, eseguita da Pietro Lianori nel primo decennio del 1400 e qui applicata in epoca imprecisata.

27a Cappella

Di proprietà Magnani, riccamente ornata di rilievi a stucco alla maniera classica. I dipinti sono opera di Orazio Samacchini, eseguiti nel 1575. La pala rappresenta la presentazione di Gesù al tempio. Ai lati S. Lorenzo e S. Elena. Nella volta l’Eterno Padre e le due Sibille. In miniatura fra le grottesche delle paraste S. Francesco d’Assisi e S. Giovanni Battista.

28a Cappella

Di proprietà Bonasoni-Boari. Su frontale settecentesco di Antonio Dardani è il Sacro Cuore di Gesù di Cesarino Vincenzi (1950). Dietro il quadro una statua di S. Nicola da Tolentino.

29a Cappella

Di proprietà Manzini. In una bella incorniciatura in macigno di ispirazione formiginesca è S. Orsola con le compagne, dipinta attorno al 1550 e normalmente attribuita al raffaellista Biagio Pupini, è stata recentemente riconosciuta come opera di Giacomo Raibolini, figlio del famoso Francesco detto il Francia. A sinistra il monumento sepolcrale di Girolamo Bono, medico e filosofo.

30a Cappella

Di proprietà Vitali-Belluzzi. L’elemosina di S. Tommaso da Villanova (1486-1555), agostiniano, è opera pregevole di Pietro Fancelli (1764-l850). Sulla parete sinistra il B. Giovanni Bono, a destra il B. Matteo Dini, agostiniani, di incerto autore del sec. XVII. Sotto la pala un buon quadro di anonimo del sec. XVII con S. Nicola da Tolentino (1245-1305), agostiniano.

Nello scomparto successivo (D) il monumento funebre del Card. Girolamo Agucchi. È una pregevole opera in stucco di Gabriele Fiorini, eseguita dopo il 1605, con impaginatura classica, ma un po’ debole e frammentaria.

31a Cappella

Di proprietà Crescinbeni, ha sull’altare un S. Girolamo che deriva dal Guercino ed è copia molto buona eseguita probabilmente nella bottega del pittore centese attorno al 1640.

32a Cappella

Di proprietà Magnani. In una bella ancona in legno dorato è la pala di Tommaso Laureti con la Vergine e i santi Guglielmo d’Aquitania, Cecilia e Agata, eseguita attorno al 1580. Gli affreschi laterali coi santi Procolo e Floriano, e della volta col B. Giovanni Lana e S. Chiara da Montefalco, agostiniani, sono di ottima fattura della seconda metà del ‘500, della maniera del Tibaldi, e forse attribuibili a Gianfrancesco Bezzi, detto il Nosadella (1530-157l). Sotto la pala un quadro raffigurante il beato Antonio da Amandola (1355-1450), agostiniano, di anonimo del sec. XVII.

33a Cappella

Di proprietà Malvasia e poi Bavosi. Incorniciata da una bella ancona in legno dorato è la Cena del Signore, copia del quadro di Federico Barocci, coeva all’originale (1609). Gli affreschi ai fianchi (Elia e Melchisedech) e nella volta sono tra i più notevoli di Giacomo Cavedoni (1615).

34a Cappella

Di proprietà Duglioli e poi della Confraternita dell’Angelo. La pala con l’Angelo Custode è di Domenico degli Ambrogi, detto Menghino del Brizio (1626), già collaboratore di Cesare Baglioni, del quale sono gli affreschi dei fianchi e delle volte, rappresentanti l’Eterno Padre, S. Lucia e S. Cristoforo.

35a Cappella

Di proprietà Malvezzi. Una ricca e maestosa ancona in legno dorato, con figure a tutto tondo, realizzata nel 1684 da Paolo Ulmelli, incornicia il forte e drammatico Crocifisso, ad accentuata caratterizzazione anatomica, opera verosimilmente della metà del sec. XV di un artista locale che si esprime con accenti tardo-gotici di ispirazione transalpina.

 

L’Oratorio di S. Cecilia

Uscendo dalla porta laterale della chiesa e dirigendosi verso Piazza Verdi sotto il portico Bentivoglio, alla prima porta a destra (via Zamboni, 15) si accede all’Oratorio di S.Cecilia, che si trova subito dopo l’ingresso, a sinistra.

È un oratorio artisticamente di grande interesse, “una stupenda antologia della pittura bolognese del Quattrocento” (A.Raule). Vi sono dieci affreschi che presentano altrettante scene, in successione narrativa, della vita di S. Cecilia e S. Valeriano, suo sposo.

Gli affreschi furono eseguiti tra la fine del 1505 e il 1506.Furono affidati da Giovanni II Bentivoglio a “li primi pittori di Bologna”, ossia al Francia, al Costa e ad alcuni altri della loro scuola, tra cui emergeva ormai per una personalità nuova e prorompente Amico Aspertini. Degli altri, i nomi che ricorrono con maggiore probabilità sono Cesare Tamaroccio e Giovan Maria Chiodarolo.